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Opinioni e Testmonianze

 

"Ragazzi, vi alleno a vivere" DANIELE LO MONACO

«Vediamoci alle otto e mezza alla Borghesiana, io comincio presto, magari tu hai abitudini diverse, ma con me è così, infatti io di solito giornalisti non ne voglio, per me l’allenamento comincia subito dopo le nove, ho in programma una bella seduta. Così magari vedi tu stesso se, come dicono quelli che non sanno come attaccarmi, io i ragazzi li "sfondo". Stronzate. Io li faccio allenare, li preparo per la vita prima che per una partita. Magari nessuno di questi ragazzi, che oggi si sentono in cima al mondo perché a diciott’anni vestono la maglia della Nazionale, arriverà a giocare da titolare in serie A. Si illuderanno, ma poi andranno a finire in serie C, falliti e anonimi, e i meno dotati caratterialmente smetteranno proprio. E allora io li devo avvisare, io sono qui per questo ed è mio dovere prepararli e spiegare loro che solo attraverso il sacrificio più assoluto possono salire sul treno che gli sta passando davanti. Io glielo posso dire, a me questi mi stanno a sentire, io sono l’allenatore della nazionale under 19, io sono Francesco Rocca e tutta la mia vita è stata un esempio».
Alle 8.29 Francesco Rocca è lì, davanti all’ingresso della portineria della Borghesiana, l’impianto sulla Prenestina dove l’Under 19 si ritrova per tre giorni di lavoro, in un qualsiasi lunedì di gennaio, una stretta di mano, poche parole di introduzione e poi apre il sipario sul suo mondo, quello che Il Romanista ha pensato di scoprire, stando lì sul campo con lui, alle nove di mattina, per il primo di tre giorni di lavoro dell’Under 19 che Rocca sta preparando in vista dell’Europeo di categoria.

«Ora abbiamo tre giorni che finiranno con l’amichevole con il Cassino, una bella squadra di serie C che spero ci metterà alla corda, a marzo ci rivedremo per un’amichevole con la Turchia, poi a maggio andremo in Svizzera a giocarci la qualificazione con la Francia, la Svezia e la Svizzera stessa: una va agli Europei nella Repubblica Ceca, dal 14 al 30 luglio. E le prime cinque il prossimo anno faranno i Mondiali. In tre mesi questi ragazzi stanno con me dodici giorni, un po’ poco per formarli bene, e allora sfrutto ogni momento a mia disposizione. Ora andiamo sul campo».

Al campo c’è già Gesualdo Piacenti, ma tutti lo chiamano Mauro, compagno di squadra di Francesco in una Primavera della Roma di tanti anni fa, ora è il suo secondo, è la sua anima più morbida e comprensiva, è quello che in certi momenti soccorre i ragazzi strapazzati da Francesco, quello che spiega loro i movimenti che Francesco s’aspetta, quello che consiglia loro pure di leggere qualche libro il pomeriggio e di mollare la playstation, perché «serve avere una cultura nella vita», quello che parla un tono di voce più basso rispetto a Francesco, spesso anche nello stesso momento, per contrasto, per controcanto, a formare una bella armonia che su quel campo ancora ghiacciato per la notte rigidissima si instaura subito, e infatti esce anche il sole. Dei ragazzi a disposizione oggi Rocca potrà allenarne solo sedici e due si fermeranno prima del tempo. Non faremo i loro nomi mai, almeno non quando la voce del "mister" diventa aggressiva e risuona nella valle della Borghesiana, a sottolineare un comportamento sbagliato, un movimento imperfetto, un atteggiamento indolente. Non è giusto fare i loro nomi perché uno vale l’altro sui banchi della scuola della vita, qui, dentro il mondo di Rocca, il papà irrequieto a cui tutti comunque vogliono un gran bene e che per loro si farebbe ammazzare. Alle 9.10 è tutto pronto, Francesco fa un cenno a Mauro: «Puoi chiamarli». Piacente li chiama, si apre la porta dello spogliatoio come se un telecomando l’avesse richiamata, e i ragazzi escono di corsa in buon ordine, fino a far mucchio al centro del campo, dove Rocca prende la parola.

«Mi fa piacere se state tutti bene, oggi abbiamo una bella seduta di lavoro, qui con voi ci sono anche un paio di ragazzi nuovi, oggi li proveremo e vedremo se possono essere arruolati. Vediamo se tengono i nostri ritmi, se hanno capito che razza di occasione hanno davanti. Beh, tu che hai? Che ti fa male? Dai, se non ce la fai esci e vai a curarti, ma se pensi di potercela fare resta qui con noi. Guarda qua, ora ti faccio vedere. Ecco, guarda le mie gambe. Lo vedi questo ginocchio?, lo vedi dove sta?, e tu non ti chiedi come faccio io a stare dritto in piedi?, e a star qua, a fare tutti gli esercizi come voi? Sono trent’anni che sto così, e sapete perché ci sto ancora? Perché non mollo, non mollo mai e voi cercate di fare come me».

Se qualcuno volesse vedere come sono ridotte le gambe di Francesco Rocca dovrebbe essere prima sicuro di poter reggere ad una visione che potrebbe provocare qualche risentimento intestinale. Perché il ginocchio sinistro di Francesco non sta nella sede normale, no, nasce all’improvviso all’esterno della coscia, a deformare in maniera impressionante tutta la gamba, che parte dritta e poi, appunto dal ginocchio, prende una curva innaturale, e poi rifinisce piegata all’interno dalla caviglia e fino al piede. Martoriata da diversi infortuni e incerte opere di macelleria chirurgica, ha costretto Francesco a smettere a ventisette anni, in quel giorno del 1980 in cui Roma conosceva per la prima volta Paulo Roberto Falcao e Francesco a poco a poco perdeva l’amore che in tanti anni di carriera aveva accumulato per i colori della Roma. Rischiava la sedia a rotelle per il resto della vita e la Roma l’ha mollato al suo destino: ma Francesco Rocca è rimasto in piedi lavorando sul fisico e sulla testa come da calciatore non aveva mai fatto. Oggi fa tre ore di spinning tre volte a settimana e si allena con una ferocia che consentirebbe ad ognuno dei ragazzi che ha davanti di diventare calciatore senza alcun dubbio. E’ questa la lezione che vuole trasmettere ai ragazzi.

«E voi perché arrivate con quattro minuti di ritardo? Se avete questa testa non arriverete da nessuna parte. Ad un appuntamento semmai si arriva con quattro minuti di anticipo, a maggior ragione se si tratta di allenamento. Ricordate che c’è gente che campa con 800 euro al mese e non ha mai avuto la possibilità di battere il destino avverso come sta capitando a voi. E voi vi permettete di arrivare in ritardo? Allora non avete capito niente. Volete piangervi addosso? Continuate così, andate tra i falliti, senza la dignità che merita chi campa una famiglia con 800 euro al mese. Quelli non si piangono addosso, io non ho mai pianto per questo ginocchio, non lo fate voi, lottate e vincete, questa è la strada, e chi vi dice una cosa diversa è qualcuno che vuole succhiarvi l’anima e buttarvi via. Forza, ora, cominciamo».

Quando comincia il lavoro non vola più una mosca, i ragazzi devono richiamare tutte le loro energie sui movimenti, non sprecare niente della loro concentrazione, il mister vuole così e i ragazzi sanno quello che devono fare e come lo devono fare e quanto lo devono fare: «Sempre una ripetizione in più piuttosto che una in meno». Sono i migliori d’Italia, dei migliori settori giovanili, ma Rocca ha idee diverse, perché per lui i settori giovanili non formano calciatori in senso stretto, ma "calciatori da settore giovanile", gente che poi quando comincia a rapportarsi agli altri, ai più grandi, ai campionati veri, non regge ritmi, tensioni, impegni, agonismo e molla. Fa cento esempi che non gli si può dar torto. E ne fa pure sul campo, quando dopo un’ora e mezza di lavoro, poco più di metà allenamento, uno dei nuovi sembra sul punto di mollare. Viene da uno dei migliori settori giovanili d’Italia e Francesco lo fa notare sul campo ai ragazzi e poi al cronista che solo adesso capisce il senso di quelle parole. Sul campo la voce del ct ha ritmi incalzanti, «dài», «forza», «non mollare», «non mollare», «non mollare», «dài», «sì Fernando», «va bene Cosmo», «bravo Vincenzo», «perfetto Sergio», «grande Matteo», «fallo meglio Umberto», «dài Marco», «non mollare», «non mollare», «non mollare». Un disco continuo, ossessivo.

«Ricordate che più vi allenate e meno vi infortunate. Siamo qui per la Francia. Ricordate l’amichevole? Li abbiamo ammazzati. E invece vi hanno preso in giro, dicevano che non erano i titolari. Non è vero. Erano tutti i titolari. E noi li abbiamo ammazzati, li abbiamo tenuti nella loro area, ed eravamo solo al 50%. Ehi, e tu che hai? Ti fa male? Va bene, vai, vai pure, molla pure. Vai a casa, e grazie. Eccolo lì, vedi che è una selezione naturale? S’era visto dall’inizio che non gli andava a lui. E molla. Non c’è problema, siamo tanti. Di chi non ha voglia io non so che farmene. Ricordate che chi va via, da me non torna. Andasse tra i falliti, qui non c’è posto. Chi bleffa va a casa. Noi siamo quelli che lavorano. Vi siete scelti una strada durissima. Ora percorretela. Alla fine c’è la gloria, il lavoro più bello, ci sono pure i soldi se trovate gli scemi che ve li danno. Ma la strada per la gloria è questa. Io vi porterò al Mondiale under 20. Ma dovete lavorare. Vedete che le macchine per i muscoli non servono? Ogni fascia muscolare la potete far lavorare da soli. Le macchine da palestra servono solo a quelli che le vendono. Voi siete i più forti del mondo. E lo dimostrerete. FORZA! FATELE MEGLIO ’STE FLESSIONI. Guardate me, cazzo. Eccole: Una, due, tre, quattro... ventinove, trenta. Ecco, che ci vuole, vi sembra che vado in debito? Come cazzo fate ad andare in debito voi? Qui c’è la differenza. La vostra voglia fa la differenza. Basta farle una volta a settimana, ma se pensate che non serva nessun esercizio non avete capito niente. Un giorno qualcuno vi dirà che non siete all’altezza, e succederà se mollate adesso. Dovete essere cattivi con chi vuole buttarvi nella merda».

Dopo due ore sta ancora lì ad urlare, mentre il lavoro si sviluppa armonico. Poco pallone, molta fatica. Per Francesco la tattica si fa preparando il fisico a reggere lo sforzo. In tre giorni non può preparare la tattica, ma poi in partita vuole due soli difensori, i due centrali, vuole i terzini all’altezza dei centrocampisti e quattro punte, due esterne e due centrali. 2-4-4, con la palla buttata nell’area avversaria e poi dieci in pressing per levargliela. Farà così col Cassino, una bella squadra con diversi giocatori di categoria superiore, due giorni dopo questo allenamento. Finirà 2-2, con ritmi ossessivi e aggressione costante di spazi e pallone, un paio di svarioni in difesa inevitabili per i due gol avversari, tanta tigna per andare lo stesso due volte in vantaggio, un paio di mezze risse sfiorate sul campo proprio per l’incredibile velocità d’esecuzione dei ragazzi, addestrati pure a non reagire e a ignorare le provocazioni. Vita studiata in allenamento, lì dove Rocca lavora e studia e osserva e insegna.

«Sergio, bravo, ti alleni bene, bravo. E poi dicono che i portieri non corrono, eccome se corrono, guardate Sergio. E già che ci siamo facciamo pure tutti insieme un applauso a Fernando che ieri ha giocato in serie A e ha pure segnato. Bravo Fernando, sentito che bell’effetto?, ora fai vedere che sei un esempio per tutti, dài, la maglia della Nazionale va sudata. E fate silenzio, pensate al lavoro. Che dite, i nuovi sono stati bravi? A me pare di sì, si stanno impegnando, non sono svenuti. Io direi che sono arruolati anche se questo per loro è il primo allenamento della vita. Dài, ora, c’è la parte finale. Dobbiamo arrivare a due ore e quaranta, oggi vi risparmio venti minuti perché dopodomani c’è la partita. Forza, adesso, spingete, questa è la parte più allenante. State al bivio, scegliete voi: inferno o paradiso. Dipende solo da voi. Qualcuno dovrà arrivarci in Nazionale A. Se sarete voi dipende solo da voi. Dipende da adesso. Questo è il bivio. Questi siamo noi. E la Francia la ammazzeremo. E vi porterò fino al Mondiale under 20, tra i migliori del mondo, perché i migliori siete voi. Ma scegliete adesso: venite in Paradiso».

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